Le lampade a led vincono il Nobel
Tra il 1989 e il 1993 venivano sviluppati i diodi a led, dispositivi capaci di emettere luce a basso consumo e ad alte prestazioni.
Oggi stiamo entrando nel mondo dei led che pian piano stanno sostituendo le lampade ad incandescenza, quelle alogene e quelle fluorescenti.
Ebbene pare che a vincere il Nobel per la fisica siano proprio due scienziati giapponesi e uno americano sviluppatori delle lampade a led.
La straordinaria efficacia di questo tipo di lampade sta nel fatto che il led riesce a usare tutta l'energia elettrica trasformandola in energia luminosa senza disperdere calore riuscendo così ad avere il massimo dell'efficenza, un consumo ridotto e un doveroso rispetto per l'ambiente.
Quelle che noi definiamo "semplici lampade a led" in realtà sono una trovata geniale che ha dato una svolta nel mondo dell'illuminazione.
Tobia
UBI MAIOR
minor cessat.
Quando l'idealismo muore.
Vi è mai capitato di pensare che il mondo sia marcio? Quando vi guardate intorno e vi chiedete dove siano finite le persone che combattono, quelle che credono nelle loro idee e che lottano fino allo sfinimento per ciò che per loro è importante. Quando pensate che non esiste più gente che ama, che crede, che combatte, magari che non vince ma che comunque lotta, ed è fiera di farlo, anche se perde. Quando intorno a voi vedete solo prepotenza, e ipocrisia, e indifferenza.
Vi siete mai chiesti se è mai esistito qualcuno che ha combattuto davvero per qualcosa? Se la storia, con le sue rivoluzioni, i suoi passi avanti, le indipendenze, le conquiste, le leggi e le congiure abbia avuto un significato, se porti con sé un lascito degno di essere ricordato? Guardandovi intorno, c'è solo il presente, e non è un bel presente, non è qualcosa di cui andare fieri, non sempre.
Vi siete mai posti il problema di alzare gli occhi dalla massa grigia di asfalto su cui passiamo le nostre giornate, le nostre vite, per porvi il problema di capire ciò che vi circonda? Avere il coraggio di vedere il mondo, di chiedersi che cosa significa, perché è così, o perché non è in un altro modo, e cercare di immaginare come è stato, o come potrà essere.
La verità è una, ed è sempre la stessa, ed è sempre fastidiosa allo stesso modo, e nessuno la vuole ascoltare, ma c'è e bisogna ricordarsene sempre. La verità è che non esiste più la libertà di pensiero. Siamo talmente abituati ad andare avanti come una massa di pecore belanti che ormai quasi ci viene naturale, forse ci piace. Perché in fondo lo sappiamo, è più facile eseguire degli ordini, magari pesanti e di cui potersi lamentare senza però mai trasgredire, che pensare con la propria testa. È più facile eseguire che scegliere.
Perché scegliere fa paura. La gente è abituata a lottare per la libertà, per il diritto, per la parola, ma in realtà ne è spaventata, spaventata a morte. È cosi facile schierarsi contro un'ingiustizia, sbattendo i pugni sul tavolo e pestando i piedi, alla ricerca di una soluzione, meglio se calata dal cielo. Ma quando si arriva alla resa dei conti, quando tutti i nodi arrivano finalmente al pettine, è quasi automatico fare un passo indietro. Perché? Perché scegliere non è nella nostra natura, non più. Ci siamo trovati dei leader, delle guide, dei capi, che possano scegliere al nostro posto, e ci siamo disabituati a pensare, mettendo le nostre vite nelle mani di chi ora ha il potere di disporne come meglio crede. E adesso, anche se ci lamentiamo in continuazione di dove siamo arrivati e di chi ci ha condotti qui, dimenticandoci che in realtà ci siamo fregati con le nostre mani, non ci fermiamo mai a pensare che ci va bene così, in fondo. È perfetto per noi, il dover sottostare ad un'autorità inattaccabile, invalicabile e irraggiungibile, talmente lontana che non solo non può essere compresa, ma che non può nemmeno essere cambiata. E ci va bene, perché è questo che vogliamo, la negazione, la possibilità di dare la colpa delle cose a qualcuno che non possa difendersi, che non possa sentirci.
Ci siamo creati degli Dei, un Dio, per fare questo, e perché non dovremmo farlo anche con tutto ciò che intorno a noi comporta delle scelte?
Ed è qui che si arriva, alla fine di tutto. O forse è l'inizio.
Le scelte. La scelta. Quanto è bella come parola, quanto è profonda e quanto è difficile da capire, da elaborare. Eppure la usiamo talmente spesso senza nemmeno capirne il significato, perché è bello poterla dire, illudendosi di padroneggiarla.
Ma, in fin dei conti, che cos'è una scelta? Una marca di dentifricio piuttosto che un'altra? Il colore di una felpa? Il piatto da ordinare al ristorante? Un regalo da fare? Il nome di un figlio? Il modello di una macchina?
Si, queste sono scelte. Ma forse, più che scelte, sono decisioni.
È vero, la differenza è talmente sottile da averci portato a considerarle sinonimi, ma conservano ancora una parvenza di indipendenza. Le scelte, ormai, non sono quasi nemmeno definibili, soprattutto perché non ci appartengono più.
Si sceglie, valutate tutte le possibilità, se intraprendere o no una strada, anche se non si sa dove ci porterà. Si sceglie, considerati pro e contro, di sostenere o meno un'idea. Si sceglie, a conti fatti, se intraprendere una battaglia, e non si sta parlando di spade e scudi. E non si torna indietro.
E in fondo, quando mai abbiamo la libertà di scegliere davvero qualcosa? Ci manca l'indipendenza necessaria, perché siamo troppo legati alla società, al pensiero, all'opinione pubblica, a regole inutili dettate dal pudore o dall'apparenza, e alla fine siamo troppo condizionati per scegliere davvero. Alla fine, una decisione viene presa, ma non è libera, non è autentica.
Ci fermiamo a pensare al futuro, al passato, al bene, al male, alla speranza e all'opportunità, e alla fine scegliamo qualcosa che non sempre ci appartiene.
E non è sbagliato, perché siamo fatti così, siamo stati noi ad incatenarci in questo circolo vizioso di negazione, quindi ci sta bene, quindi va bene. E parlarne non cambia le cose, perché ormai tornare indietro non si può, e in fondo non si sta neanche tanto male. Dopotutto, questa forse è stata la nostra unica vera scelta, quella di costringersi a non scegliere, e magari è stata involontaria, ma è stata fatta e ora dovremo conviverci.
Ma non tutti sono così.
Esiste ancora gente che pensa, che sceglie.
Perché, se davvero pensare e scegliere fa paura, perché c'è qualcuno che ancora lotta per il diritto alla libertà? Sempre ammesso che non sia solo apparenza, l'ombra di un desiderio che in realtà non vuole essere realizzato, esiste davvero qualcuno che ci crede veramente? Forse, ma sono in pochi. Perché alla maggior parte, alla gente, la libertà piace solo se masticata come parole altisonante, da scrivere sugli striscioni e sui titoli di giornale. Ma la libertà fa paura. E come potrebbe non farlo? Comporta dei rischi, e non tutti sono disposti ad accettarli. Il libero arbitrio non è un'opzione. Il libero arbitrio non esiste, è solo un'illusione.
Ma non per tutti.
C'è chi ci crede ancora, chi pensa davvero, chi prova a scegliere, chi combatte.
E non è facile. Non basta alzarsi una mattina pensando “io voglio pensare con la mia testa”. O forse si, basta, ma bisogna tenere conto di una lunga serie di conseguenze, perché non ci si può scordare che viviamo in una società che è annegata così tanto nella autoconservazione da preferirla a tutto il resto, autoimmune a ciò che la circonda, e fermamente bloccata nella sua arretratezza. E tutto ciò che è nuovo, spaventa, e va contrastato. E allora chi pensa, chi combatte, non deve lottare solo per ciò in cui crede, ma anche contro ciò che lo circonda, e li diventa difficile, e li tanti mollano.
Ma ancora non siamo arrivati al punto. E sembra quasi che tutto questo preambolo assurdo non sia servito a niente, ma non è così.
Dobbiamo ancora parlare della questione più importante.
Perché sarà anche vero, ci siamo scelti una guida che decida al posto nostro, ci siamo creati una società che ci impedisca il libero arbitrio e siamo bloccati in un mondo che non concede la libertà di pensiero, e abbiamo appurato che forse tutta questa libertà non ci piacerebbe poi più di tanto.
Ma se esiste ancora qualcuno che preferisce spezzarsi che piegarsi, che ritiene più dignitoso sbattere cento volte contro lo stesso muro di mattoni piuttosto che chinare il capo, che vuole ancora difendere le proprie idee e le proprie scelte con le unghie e con i denti, fino a sanguinare, e vi posso garantire che queste persone esistono, e sono più di quante si possa immaginare, e molto più forti di quanto siamo abituati a credere, e più determinate di quanto ci piaccia pensare, che fine hanno fatto?
Si sono arresi?
No. Questa non è gente che si arrende. Questa è gente che digrigna i denti per lo sforzo e stringe gli occhi per nascondere la delusione del fallimento, ma non cede un millimetro, mai.
Ma allora, seriamente, dove sta tutta questa gente? Questo esercito di leader liberi e indipendenti, pensanti? Perché si nascondono?
Forse, perché non ce la fanno più. Sono stanchi di combattere battaglie estenuanti e logoranti, spendere tutte le proprie forze in una guerra che non ha sbocco.
Una volta, una persona mi ha detto che le battaglie perse non si combattono. Che se nella storia nessuno ha mai intrapreso una guerra che era consapevole di non poter vincere un motivo ci sarà. Che se anche sai di volerlo affrontare, perché ti sembra giusto o perché ne vale la pena, uno scontro che non può avere esito positivo non merita di essere nemmeno sfiorato.
Personalmente, credo che sia una scelta di ognuno. Perché c'è, e sarà sempre così, chi ha la forza di opporsi e chi no. È semplice. O combatti o ti pieghi.
E nel nostro mondo, un mondo in cui le regole vengono ignorate, un mondo in cui l'indifferenza sfiora un limite che tende pericolosamente a confondersi con la cattiveria, un mondo in cui l'opinione non conta, un mondo in cui riesci a farti sentire solo se hai il potere di piegare chi ti sta davanti, combattere è masochistico.
Perché se quella che vige è la legge del più forte, dove non è la meritocrazia a fare un nome, ma la cattiveria con cui ci si impone sugli altri, se sono i deboli a comandare un mondo che ha ceduto loro il coltello senza spiegare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato prima di affilare la lama, che senso ha provarci?
Ubi maior, minor cessat.
Perdi il diritto alla parola.
Ubi maior, minor cessat.
Perdi la libertà di scelta.
Ubi maior, minor cessat.
Ti adegui a delle regole che non valgono per tutti.
Ubi maior, minor cessat.
Abbassi la testa e preghi che quel coltello passi oltre.
Ubi maior, minor cessat.
Ti mordi la lingua per non parlare.
Ubi maior, minor cessat.
Stringi i pugni e inghiotti le parole.
Ubi maior minor cessat.
E avranno ragione loro alla fine. Perché tu avrai tenuto il capo chino tutto il tempo, lasciandoti scivolare addosso ogni cosa, senza obbiettare, senza combattere, e avranno vinto.
Io adesso sono qui, dietro ad un computer, in una stanza, a parlare di battaglie e di libero pensiero. A parlare di potere e di debolezza. A parlare di scelte e di coraggio.
Ma che cosa ne so io in fondo? Nulla, davvero.
Ma ci ho pensato a lungo, credetemi. E sono giunta alla conclusione che in fondo ne vale sempre la pena.
È vero, o combatti o ti pieghi. E se combatti, ti puoi fare tanto male, puoi perdere tutto, puoi cadere e spezzarti. Ma se non lo fai, se chini il capo e basta, non saprai mai se potevi vincere. E potresti rimpiangerlo, dopotutto.
Io credo che chi pensa e combatte faccia parte di una specie in via d'estinzione. Gli ipocriti li stanno uccidendo, stroncando quell'ultimo barlume che ormai sembra essere solo un puntino nell'oscurità più completa.
Una volta, qualcuno mi ha detto che se una battaglia è persa in partenza, non va combattuta.
Io non ci credo.
Io non voglio crederci.
Io voglio continuare a pensare che la scelta sia mia, che ci sia sempre speranza, che in fondo qualunque guerra, per quanto terribile possa essere, non potrà mai togliermi quello che non ho.
E io continuerò a combattere, a parlare, a scrivere, e non smetterò finché qualcuno non mi avrà dimostrato che avevo torto.
Perché, quando alla fine mi guarderò indietro, voglio poter sorridere e pensare che, ehi, ce l'ho fatta. Magari ho perso, ma ci ho provato.
Non lasciate che vi spezzino. Non lasciate che uccidano la vostra libertà, il vostro idealismo. Non è una frase in latino che da' il potere ad una persona. Il mondo può essere cambiato. Nessuna battaglia è data per persa, siamo noi che decidiamo se vale la pena di combatterla.
Credetemi, ve lo dico da una che ha sbattuto contro tanti muri e che è ancora in piedi.
Ne vale sempre la pena. Sempre.
Sara De Cecco
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